Dolore

Di recente mi sono tornate le fitte alla gamba e all’anca. Sensazioni che credevo di aver dimenticato e che, invece, hanno rispolverato in me sentimenti che avrei voluto lasciare sepolti per sempre.

Se c’è una cosa che mi terrorizza, che mi fa sentire profondamente solo, è il dolore.

Non parlo di dolore emotivo, sentimentale o spirituale. Quello, per quanto devastante, lo definirei quasi una bazzecola al confronto.

Non fraintendetemi: anche il dolore emotivo ha il suo peso e va affrontato con attenzione. Ma il dolore fisico è un’altra cosa. È terrificante. È capace di piegarti, isolarti, trasformare il tuo stato mentale e fisico, se non viene curato.

Ho un sarcoma all’osso. Come l’ho scoperto? Con il dolore.

L’ho riconosciuto subito, purtroppo. Lo conoscevo fin troppo bene. L’avevo già incontrato nel 2009, quando avevo solo tredici anni.

Era sempre la stessa storia.

La tortura arrivava di notte, puntuale. Durante il giorno non facevo altro che pensare, terrorizzato, a come avrei affrontato quel momento.

  • 22:00: Provo a dormire.
  • 23:00: Un male lancinante mi trafigge l’anca.
  • 23:30: Mi giro e rigiro nel letto, cercando una posizione che mi dia tregua.
  • 00:30: Mi alzo e cammino in salotto. Faccio due passi, magari passa.
  • 01:00: Mi sdraio sul divano, sperando che una diversa superficie migliori la situazione.
  • 02:00: Niente. Mi rannicchio su me stesso, singhiozzando e gemendo. Il dolore è insopportabile. Non ce la faccio più. Vorrei solo tagliarmi la gamba, tanto è insopportabile. Se dovessi dare un voto al dolore, da uno a dieci, sarebbe un dieci.
  • 03:00: Alla fine, il dolore si affievolisce da solo. Sfinito, crollo nel sonno senza nemmeno rendermene conto.

Gli altri dormivano beati. Attorno a me c’era solo un silenzio assordante, interrotto dai miei lamenti. È stato così per molte notti.

Nel frattempo, la mia salute mentale peggiorava. La paura cresceva, si faceva più intensa. Affrontare quel dolore da solo rendeva tutto ancora più insopportabile.

Ma svegliare qualcuno durante la notte? A che pro? Il dolore era mio. Non è come un senso di colpa: parlarne può alleviarlo. Il dolore fisico, invece, resta tuo. Certo, forse la compagnia avrebbe aiutato psicologicamente. Avere qualcuno accanto che ti conforta, che ti dice che andrà tutto bene o che presto passerà, sarebbe stato un sollievo.

Ma il dolore, quello, non se ne va.

È per questo che il dolore mi fa sentire così solo.

Perché, per quanto gli altri possano provarci, non potranno mai capire davvero cosa provo.

L’altro giorno ho fatto una visita antalgica per ridefinire il mio piano terapeutico. La dottoressa, con gentilezza, mi ha rimproverato:
“Stai prendendo troppo ossicodone,” mi ha detto. L’ossicodone è un potente antidolorifico, ma assumerne troppo può portare a dipendenza e seri effetti collaterali.

“Perché ne prendi così tanto?” mi ha chiesto.

Le ho risposto:
“Ho paura di provare male. Lo prendo in anticipo, per prevenire il dolore. È diventata un’abitudine.”

È più facile ammettere di essere dipendente da un farmaco che confessare di avere paura del dolore, senza iniziare a singhiozzare.

Grazie alle cure, per un anno le cose sono migliorate. Il dolore si era fatto lontano e, con la chemioterapia, la situazione sembrava stabilizzarsi, per quanto fosse possibile.

Ma ormai da una settimana LUI è tornato. E sta terrorizzando di nuovo le mie notti.

Il dolore è di nuovo qui, e gli antidolorifici non fanno quasi effetto. La sensazione di solitudine si ripresenta, e le notti si fanno sempre più lunghe.

Cosa faccio ora? Una volta ero arrivato a pensare che avrei preferito morire, piuttosto che provare di nuovo questo dolore.

So che non è giusto, ma sono così incazzato con tutti. Incazzato perché, tra tutte le persone che conosco, sono l’unico a soffrire in questo modo.

Eppure lo vedo negli occhi di chi mi ama: so che, se potessero, prenderebbero una fetta di questa sofferenza senza esitare, pur di non vedermi in questo stato.

Non so fare altro che auto commiserarmi e piangere. E questo mi fa incazzare ancora di più.

Mi domando: quando arriverà il momento della mia morte, riuscirò finalmente ad avere un po’ di pace? O sarò costretto a continuare a soffrire, se non peggio?

Sapete, tutti mi dicono: “Sei una persona fortissima.”
Ma io non ho mai voluto essere una persona “forte”. Avrei preferito essere inetto, debole, e non vivere tutto questo, piuttosto che essere definito “forte”.

Cosa me ne faccio di tutta questa forza, se sono destinato a soffrire?

Mi sento così solo.