Lo sapevate che, se fate una ricerca su Google sui vari metodi di suicidio, viene fuori “Possiamo aiutarti – Parla con qualcuno oggi stesso” e, subito dopo, un numero verde da poter contattare?
Io no, non lo sapevo. Però l’ho scoperto quando ho cercato “modo più veloce e indolore suicidio”. Voi penserete: “Questo sta fuori di testa” o “Hai decisamente bisogno di uno psicologo”. Tranquilli, ho già la psicologa, però… come potete biasimarmi?
Immaginate di sottoporvi a una chemioterapia intensa, che vi devasta completamente la qualità di vita, e poi, dopo tutti i cicli, arriva la fatidica visita ortopedica, in cui finalmente si parlerà dell’intervento per rimuovere il tumore.
Sapete cosa mi hanno detto quel giorno, a inizio giugno, nel mese del mio compleanno?
Che, se dovevano fare un intervento, oltre ad amputare l’intera gamba dal bacino in giù, si sarebbe dovuto anche asportare i genitali. L’intervento non avrebbe nemmeno garantito la mia sopravvivenza e come minimo mi avrebbe costretto a stare in ospedale almeno un mese, perché avrebbero dovuto tenermi sotto controllo per via delle ferite, perchè sicuramente ci sarebbero state delle complicazioni.
Queste visite ortopediche le pagavo duecento euro. Quindi immaginate: pagavo duecento euro e, in più, mi tiravano in faccia sberle di questo calibro. Ovviamente lo dico per scherzare: pagherei di nuovo tutti quei soldi per avere tutta quella assistenza medica. Però mi fa ridere. Mi fa ridere che, nella visita precedente, il Dott. R. mi avesse promesso che non mi avrebbe più dato brutte notizie, oltre a quella dell’amputazione. Per darvi un po’ di contesto, il piano iniziale era solo quello di amputare la gamba, e fin lì mi andava anche bene.
Io mi ero messo il cuore in pace. Già mi immaginavo tornare ad arrampicare con una gamba sola. Mi immaginavo la mia protesi fatta in carbonio. Insomma, ci sono atleti che scalano con protesi; potevo farlo anch’io. Bastava solo un po’ di allenamento e riabilitazione!
Però così era davvero troppo.
Quel giorno volevo uccidermi. Non pensavo ad altro, volevo veramente farla finita.
Avete presente nei film, quando danno una notizia orribile al protagonista, e allora viene utilizzato l’effetto di attenuazione? È quella tecnica cinematografica in cui il suono dell’ambiente viene ovattato, lasciando solo un suono acuto, come un fischio fisso.
Ecco, il resto della giornata l’ho passata così. Per quanto Diana e la mamma cercassero di farmi forza, io pensavo solo ad ammazzarmi.
In ambulatorio piangevo. Piangevo davanti a un gruppo di dottori che, se tutto va bene, erano lì come specializzandi che dovevano fare esperienza. Esperienza su di me. Io piangevo come un bambino e dissi al dottore: “Lei aveva promesso che non ci sarebbero più state brutte notizie”. Poi pensai: chissà cosa faranno stasera questi dottori. Probabilmente andranno a cenare tranquilli a casa e finirò per diventare il loro argomento da conversazione a cena.
Che pena che mi facevo, e che invidia provavo per le loro vite.
Non dico cazzate quando affermo che la mia ragione di vita è Diana, la mia famiglia e i miei amici. Loro sono tutto quello che ho. Per questo non mi vergogno a dire loro quanto li ami o quanto gli voglia bene. Perché davvero, io gli devo la vita.
Non sono qui a raccontarvi queste cose per sentirmi dire: “Oh, mi dispiace, Kelsey”. Non voglio fare la vittima. Certe volte mi scoccia anche solo pensarle, queste cose, perché penso che c’è gente che sta peggio di me, quindi mi sento pure in colpa.
Non sono qui per farvi la lezioncina del “Dovreste rendervi conto di quanto siete fortunati”. Sono qui a raccontarvi tutto questo perché sono dell’idea che tutto quello che ho provato dovrà pure avere una sua importanza, un suo perché, e che valga la pena di essere raccontato.
Sono rimasto in silenzio da quando ho scoperto della mia malattia. Sono tornato a Padova da Londra a fine 2022 senza dire niente a nessuno, se non alle persone strette. Non potete neanche immaginare quanta rabbia ho coltivato, e che ho tutt’ora, per quelle persone che, nonostante mi sia confidato, l’unica cosa che hanno fatto è stato mandarmi un messaggio con su scritto “Se hai bisogno, scrivimi”, nonostante abitassero a cinque minuti a piedi da casa mia. Neanche l’ombra di una visita. E pensare che dei miei amici da Londra venivano apposta, con 1109 km di distanza da fare.
Sono stufo di nascondermi e di stare zitto. Ho provato tanta vergogna per essere una persona malata. Ma perché dovrei, mi chiedo ora. Voglio dare un perché a tutto questo. Voglio dare voce alle mie emozioni.
Prometto che vi racconterò qualcosa di positivo la prossima volta.
E, per la cronaca, ho abbandonato il pensiero del suicidio. O forse no. Però non è più così intenso come quell’estate del 2023.
Ho le mie ragioni per vivere. Perché, per quanto possa sembrare ironico detto da me, la vita è bella.
