Mentori

Oggi ho fatto un salto indietro nel tempo di almeno undici anni.

Sono tornato a Spazio Cartabianca, uno studio dedicato alla fotografia e alla stampa fine art dove avevo lavoricchiato da ragazzo. Non voglio dilungarmi sui miei trascorsi o sulla storia dello studio, sarebbe un racconto troppo vasto e fuori tema. Voglio invece condividere qualcos’altro.

Volevo raccontarvi di come mi abbia fatto piacere, fare una rimpatriata dei vecchi componenti dello studio. Nel 2013, questo spazio si chiamava ancora FosfeniLab. Io mi auto-definivo parte del gruppo, ma in realtà ero poco più di uno stagista improvvisato, un ragazzo che si era intrufolato nello studio di Marco ed Ema per imparare qualcosa sul mondo della fotografia analogica.

Il pranzo di oggi non ha fatto saltare fuori eventi particolari di quegli anni, ma è stato il clima a creare la magia. La semplice presenza di tutti ha portato molta nostalgia.

Mi sono sempre considerato fortunato, di aver avuto il privilegio di stringere un rapporto molto stretto con Marco ed Ema. Forse una cosa del genere di questi tempi potrebbe risultare più difficile, dove ormai negli ambienti di lavoro le relazioni umane diventano più rarefatte, e la visione di dover fare soldi, prevale di più.
Sono grato, che loro avessero del “tempo da perdere”, in senso buono, per formarmi, seguirmi e, a volte, semplicemente condividere una pizza dopo una lunga giornata in studio.

La verità è che più che colleghi o mentori, erano come fratelli maggiori. Sono contento di aver avuto degli amici che fossero dieci anni più grandi di me, e che potevo prendere in giro chiamandoli “boomer”. In loro presenza mi sentivo un bambino tra adulti, ma non lo vivevo come un limite. Al contrario, mi sentivo protetto e guidato. Ora ho 29 anni, ma accanto a loro mi sento ancora quel ragazzino che sa poco del mondo e che ha ancora molto da imparare dalle loro parole.

Oggi, parlando con Ema, ho accennato a un pensiero che mi accompagna da tempo: mi sento fortunato a sapere come morirò. È un pensiero strano, persino inquietante, ma mi dà una sorta di sollievo. Sapere che il tempo è limitato mi spinge a chiudere i conti, a lasciare un segno, un addio che sia significativo per chi mi ha conosciuto. La paura c’è, è immensa, ma c’è anche una paradossale serenità.

Mi viene in mente un passaggio memorabile dal film L’Odio (La Haine, 1995):

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete:
‘Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.’
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

Oggi Ema mi ha dato molti spunti su come lasciare una traccia della mia esistenza in modo più semplice, significativo, e meno dispendioso rispetto a quanto immaginavo in questi giorni. Forse non serve un grande piano, ma solo sincerità e autenticità nel modo in cui viviamo.

Nota del 29.11.24