Emanuele, l’altro giorno, mi ha detto: “È giusto normalizzare il fatto di avere una malattia e di non essere trattati diversamente per questo. Tu sei Kelsey, e la malattia non definisce la persona che sei. C’è molto di più dietro questa facciata”.
Matu mi ha confidato che, anche se siamo maschietti, non significa che non dobbiamo piangere. Questo mi ha fatto riflettere. Sono più di dieci anni che ci conosciamo, e non abbiamo mai pianto insieme; forse è arrivato il momento giusto per farlo. Vero?
Questa mattina ho fatto colazione con Tommi. Gli ho chiesto di prendersi cura di mio figlio, o di mia figlia, con Matu, nell’eventualità che ne avessi avuto uno prima di andarmene. Sapete, il Mazzari a Mortise fa delle brioche buonissime, eppure nulla batte quelle di Agostini in via Pietro Maroncelli. Ho confessato a Tommi che sento il bisogno di chiedere scusa a tutte le persone con cui mi sono comportato male; vorrei, prima di morire, chiudere i conti con tutto. Che la mia morte possa lasciare del sollievo, come una riparazione ai torti commessi. E vorrei anche ringraziare tutte le persone che hanno reso la mia vita degna di essere vissuta, però se scrivessi a uno ad uno non finirei più, quindi lascio a voi il giudizio, se vi meritate un ringraziamento da parte mia o no.
Ricordatevi, la famiglia non è quella con cui avete legami di sangue, ma è quella che ti crei tu.
Con Metal abbiamo parlato di quanto, sia difficile chiedere aiuto, anche a chi ti vuole bene. Perché, per quanto si rendano disponibili, il chiedere non diventa mai davvero più semplice. È “umiliante” forse, anche se la parola è sbagliata per descrivere quello che sento. Perché non è scontato aprirsi, mostrarsi vulnerabili, nemmeno dinanzi alle persone più care.
La dottoressa mi ha fatto gli auguri per il matrimonio con un bel sorriso, e pochi minuti prima mi diceva che non sarei sopravvissuto un anno, o forse meno. Ora capite perché non mi è mai piaciuto andare in ospedale?
Mi chiedo perché un figlio debba trovarsi nella posizione di dover dire alla propria madre che gli resta un anno di vita, o meno. Che ingiustizia. E ancora, non trovo il coraggio di dirglielo. Diana è sempre più preoccupata; mi chiede se la amo ancora. Lei non sa che, quando sono sul punto di cedere alla depressione, l’unica cosa che mi dà forza è pensare a lei. Penso che tutto questo lo sto affrontando per lei, per poter vivere ancora del tempo insieme. E vorrei tanto la certezza che avrà un futuro sicuro anche senza di me. Che sarà forte abbastanza per potersi innamorare di nuovo e ricominciare. Anche se in realtà, penso esattamente le stesse cose di Eren Yaeger quando confessa ad Armin i suoi veri sentimenti. “Vorrei che mi ami anche dopo che sarò morto, voglio che pensi a me per tutta la vita. Io non voglio morire, voglio restare con lei per sempre”. E ancora c’è chi dice che Attack on Titan non è un capolavoro.
In questa foto ero a New York, spensierato e ignaro del fatto che, due mesi dopo quello scatto, la mia vita avrebbe preso una piega tragica. E mi viene da ridere. Probabilmente per non piangere. Il professore Sangiorgi mi sgridava sempre, mi diceva che la vita non è un gioco e che non si può affrontare tutto come se fosse uno scherzo. E invece si sbaglia, basta solo guardarla dalla giusta prospettiva.
Donald Trump ha vinto! E io ho perso contro il cancro…
A te, che stai leggendo. Spero di aver cambiato la tua vita, anche un minimo, in modo positivo.
9/11/24
